Compassione, pedagogia della compassione, psicoterapia, Varese

La compassione non è ciò che pensi che sia

La compassione è un termine con molteplici accezioni. Ciascuno di noi la associa variabilmente, a seconda della propria cultura e dei propri valori. Tuttavia, la compassione ha per noi di ESSERE ESSERI UMANI un significato preciso. Ma partiamo da quello che NON significa.

1) Noi nasciamo altruisti in una cultura che ci spinge a pensare che la competizione sia l’unica strada possibile per il successo. L’evoluzione (e la scienza) ci dicono il contrario: l’essere umano, da facile preda, da creatura debolissima, è diventato specie dominante proprio grazie alla cooperazione e all’altruismo. Lo stesso pensiero è nato nell’essere umano proprio per la necessità di coordinare azioni cooperative.

2) Noi siamo fatti di relazioni, non sopravviveremmo senza. Sappiamo che moriremmo se non avessimo cibo, acqua e il ristoro del giusto sonno. Ma sappiamo anche, con forse meno consapevolezza, che senza una figura di attaccamento perdiamo la motivazione a prenderci cura di noi.

3) La compassione è il livello in cui l’essere umano sta meglio. Vale per tutti i punti di vista: da quello neuro-fisiologico a quello della creatività; delle performance, alla capacità linguistica fino alla fioritura delle qualità più alte della nostra specie. 

Cos'è la compassione?

La compassione non è un’emozione, ma una motivazione. Più precisamente la motivazione ad alleviare, o a prevenire, la sofferenza propria o dell’altro attraverso comportamenti attivi.

Alla base della compassione c’è il sistema dell’accudimento che genera attaccamento. Si tratta del sistema motivazionale tipico della cura data dai genitori ai figli. Quando questa motivazione si manifesta ad un livello superiore possiamo parlare di compassione. È il caso di quando si realizza oltre i legami parentali, per esempio nei confronti di un amico o addirittura di un estraneo.

La realizzazione di un atteggiamento compassionevole prevede fasi di sviluppo. Per percepire la spinta all’impegno, dobbiamo prima vedere l’altro, percepire le sue emozioni, essere nella condizione giusta per poterci attivare. Dobbiamo anche sentirci al sicuro. 

Provare compassione non significa essere sopraffatti dal dolore proprio o altrui, soprattutto non equivale a provare pietà.  Significa, invece, sintonizzarsi sulla sofferenza, comprenderla e, infine, desiderare di attenuarla. Per riuscirci, dobbiamo prima di tutto essere consapevoli, dobbiamo prestare attenzione a ciò che succede dentro e intorno a noi. 

Non solo. Per esprimere la compassione dobbiamo essere capaci di affrontare le difficoltà della vita in una modalità che non sia competitiva. Combattere, attaccare, difendersi o fuggire devono essere una scelta; se sono modalità automatiche e istintive ci allontanano dall’altro e dal ben-essere.

La compassione è (anche) un fatto biologico

Ciò che ci differenzia dagli altri animali è il nostro complesso sistema motivazionale basato su tre cervelli.

Alla base, il cervello rettile comanda i comportamenti orientati prevalentemente alla sopravvivenza. Parliamo delle funzioni fondamentali, come la nutrizione, la respirazione o l’esplorazione. Se c’è traccia dell’altro è solo per utilità, per scopi predatori o di accoppiamento.

Il secondo cervello è quello mammifero. È stato, ed è, fondamentale per la sopravvivenza e l’evoluzione delle specie. Vi fanno parte le motivazioni di attaccamento e accudimento necessarie per il proseguimento del gruppo di appartenenza.

Il passaggio dal cervello rettiliano al mammifero, secondo l’autore della Teoria Polivagale (Stephen Porges), deriva dall’evoluzione del sistema nervoso autonomo, che si è modificato per rispondere alle situazione di pericolo.

Fin qui, gli animali e l’uomo.

Ma l’essere umano è l’unico a possedere anche un terzo cervello, il cervello sociale. Risponde al nome di neocorticale. A sua volta, deriva dall’evoluzione del sistema nervoso, stavolta sull’onda della intersoggettività e della relazione. È qui che risiede la capacità di essere consapevoli, di attribuire significati e valore alla vita e alle situazioni, nonché di pensare noi stessi. 

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 È solo grazie al terzo cervello che possiamo essere compassionevoli. Ma questo cervello si accende soltanto se gli altri due sono spenti. Se, in definitiva, ci sentiamo al sicuro.

Ma cosa ci succede se riusciamo ad allenare la nostra motivazione e ad impegnarci 

concretamente in modo compassionevole?

La compassione e il ben-essere (integrato)

Quando un individuo prova compassione ne percepisce la forza e prova sollievo.

Chi prova compassione può modificare la struttura del proprio cervello. Può aumentare il livello di connessione e migliorare sensibilmente i legami sociali ma anche le proprie performance e la propria creatività.

Chi è addirittura abituato a provare compassione è capace di un’interpretazione della mente dell’altro molto più rapida e sofisticata ed è in grado di integrare velocemente informazioni relazionali e sociali. Aumenta la capacità di lettura delle espressioni facciali e quindi ha possibilità di orientarsi e comportarsi in modo funzionale e costruttivo.

L’individuo compassionevole è molto più resiliente. 

L’individuo compassionevole conosce il ben-essere. Numerosi studi hanno dimostrato che il piacere di donare attiva le stesse aree cerebrali coinvolte nel sesso gratificante e nel godimento prodotto dal mangiare bene. 

La terapia fondata sulla compassione

Oggi l’auto-compassione è lo strumento più efficace che il terapeuta ha a disposizione per la cura del disturbo dissociativo, ovvero per ricucire le ferite che non si sono ancora ricomposte a seguito di un trauma.

La CFT è un approccio integrativo, che attinge a interventi utilizzati in altre terapie e li ripropone attraverso il sostegno allo sviluppo del sé compassionevole.

Essere Esseri Umani e la compassione

La compassione è una leva preziosa capace di fare la differenza tanto per l’individuo, quanto per la società.

Per noi di Essere Essere Umani è:

  • uno strumento, soprattutto in chiave clinica;
  • una forma mentis, che guida tutte le nostre attività;
  • un modus operandi, quello con cui ci relazioniamo, tra noi e oltre noi;
  • un obiettivo, per il quale lavoriamo in tutti i contesti: nelle scuole, nella sanità, nelle aziende.

Sono numerosi i progetti che ogni anno prendono forma per una pedagogia della compassione. Il Welfare Inclusivo coinvolge i luoghi di lavoro; Care Me, Care All si rivolge ai ragazzi (nelle scole) e ai caregivers (insegnati, genitori, educatori); la Terapia Sospesa fa appello proprio alla capacità di provare compassione per l’altro.

Alla compassione, abbiamo dedicato un libro. Si intitola ESSERE ESSERI UMANI e parla di noi. Noi tutti, te compreso.